Veduta panoramica: scorci di agorafobia

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  Credo sia un po' tornato, il terrore della piazza di quando esci in strada, con tua madre - riscoprendovi impossibilitate a camminare l'una accanto all'altra - e pensi Dio, sono tutti qui attorno a me e mi stanno guardando, mi stanno guardando e per una volta, una volta sola vorrei essere io a guardare loro dall'alto.

 

 

 

 

Words by IvyOfArtemisia {sabato, 31 maggio 2008}

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~ London is calling me~

 

Le persone sanno che io sono a periodi. Sono un'Entusiasta. Mi basta poco per fissarmi. Ora, la mia ossessione costante è Londra. Non so quando potrò andarci, però mi son fatta portare dalla prof il depliant per i viaggi in famiglia. Ah, non so quando, ma è sicuro che ci andrò. Con la papera (L)

Words by IvyOfArtemisia {sabato, 31 maggio 2008}

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Immagine di Giro di vite

 

" Ricordo l'inizio come un susseguirsi di alti e bassi, un alternarsi di emozioni giuste e sbagliate. Dopo aver trovato il coraggio, in città, di accogliere la sua richiesta, ebbi in ogni caso due giorni molto brutti: venni pungolata da tutti i miei dubbi, ed ero certa di aver commesso un errore. Passai in questo stato d'animo le lunghe ore di viaggio in quella diligenza sobbalzante e traballante che mi portò alla fermata di posta dove mi sarebbe venuta incontro una vettura della casa. Mi avevano detto che era stata e trovai infatti, al tramonto di quel pomeriggio di giugno, una carrozza spaziosa ad attendermi. Viaggiando a quell'ora, in una giornata splendida, attraverso una campagna la cui dolcezza estiva mi servì da amichevole benvenuto, il mio spirito si rianimò e, quando svoltammo nel viale, avvertii come una sensazione di sollievo che altro non era se non la prova di quanto mi ero sentita angustiata fino ad allora. [...] Ricordo di aver avuto un'impressione assolutamente piacevole dell'ampia, luminosa facciata, con le finestre aperte e le tende vuote e le due domestiche che vi erano affacciate; ricordo il prato e i fiori dai colori accesi e lo stridere delle ruote sulla ghiaia e le cime degli alberi strettamente affiancate sulle quali svolazzavano e gracchiavano delle cornacchie nel cielo dorato. [...] A Harley Street avevo ricevuto l'impressione che quel luogo  sarebbe stato meno attraente e, nel ricordarmene, pensai che il proprietario era davvero un gentiluomo, e che la  mia vita lì sarebbe stata di gran lunga migliore di quanto mi era stato promesso. "

 Povera, povera cara. Decisamente, non si sarebbe potuta aspettare che Flora sarebbe impazzita e che Miles le sarebbe morto tra le braccia. Ma passiamo ad uno stralcio di recensione.

Giro di vite non è un romanzetto horror da quattro soldi. Certo, James non è Poe, ma oserei dire che non gli fu affatto da meno. Questo romanzo, a cui darei per esattezza 4 stellette e mezzo, è il racconto di alcune memorie: abbiamo una casa perennamente luminosa, inserita in un contesto tanto dolce quanto calmante. Una splendida campagna, non lontano da un laghetto. Alberi, luce, cose così. Ma una passeggiata, ad un tratto si trasforma nell'inizio della vera tragedia - quella tragedia che era semplicemente in agguato, in attesa di una purezza da contaminare. Miles e Flora. Protetti da questa nuova, giovane governante. Miles e il suo piccolo cuore, Flora e il mondo perverso in cui verrà condotta. In questo caso, i fantasmi dei vecchi domestici Quint e Jessel, non sono che il simbolo della corruzione, della devrapazione a cui veniamo sottoposti non appena i nostri occhi vengoni dissiggillati, non appena l'avanzare della crescita si fa sempre più frettoloso e consistente. Sono il Male proiettato fuori di noi, l'immagine della nostra disperazione rimasta impigliata nel ricamo dei giorni: basti pensare alla figura che la governante scorge sulle scale, piegata e tremante, e a lei stessa, su quello stesso gradino a tenersi la testa con le mani. Non c'è verità più velata di questa, più sacra di questa: in quella casa così beata si è concentrato il dramma di un presente. Credo in ogni caso che Giro di vite vada riletto in luce della fine: terminato il romanzo - quasi urlando contro le pagine restanti che non erano altro che un saggio di Harold Bloom, bisogna correre nuovamente a quelle pagine scritte con uno stile così diverso da quello intimo che caratterizza la narrazione della goverante e perdersi in quei giochi di sguardi, di frasi, perdersi nella schiena di quella figura che voltandoci le spalle e fissando il fuoco comincia, con voce profonda, a raccontare.

Words by IvyOfArtemisia {giovedì, 29 maggio 2008}
Di lucciole e prati senza lampioni

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No. Nononono. Non può andare avanti così, non ce la faccio, non ne ho le forze. E sono ancora all'inizio. Ieri sono stata alzata fino alle due per finire Divina Commedia, e chiudere finalmente con una materia. Anzi, per essere sincera ho chiuso con tre materie. Ma è un'inezia, considerato il fatto che ho ancora 7 interrogazioni da togliere. Oddio. No, non ce la faccio, non ce la posso fare. Papà tornerà tra poco, con libri che non potrò leggere. Devo preparare una bozza di presentazione per il percorso: ho paura che eliminerò Joyce e Svevo. Oddio, che tristezza, che tristezza.

Unica cosa bella. So per cosa sto studiando: non per uno stupido numero, ma per la possibilità di andare a Valgiubola o Valgiobola o Valgiubbola o Valcomesichiama e passare un po' di tempo con la mia Val. Questa notte ho sognato le lucciole: dio, come sono suggestionabile. I vicoli, il prato senza lampioni, le notti in bianco. Voglio tutto questo, lo desidero prepotentemente. Profondamente.

Words by IvyOfArtemisia {lunedì, 26 maggio 2008}

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Oggi come dovrebbe sempre essere.

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Words by IvyOfArtemisia {domenica, 18 maggio 2008}
Al suo stupore

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“Questa storia non è mai esistita.”
[Quindicesima Epigrafe, Clarisse DeCoubert]
 
 
Inverno. Il vento a rendere tagliente ogni cosa. A Parigi, nel 1930 il vetro delle lampade di ogni strada veniva lucidato con olio di gelsomino. Il profumo, dicevano i Parigini, noi respiriamo profumo. Pallidi come il profumo del gelsomino d’inverno, e camminavano per le strade dei vetri lucenti. Guardinga, la penna del poeta finì di scrivere di quel vestito frusciante, di quella seta così luminosa, di quella pelle santa: i suoi occhi scorsero le pagine e pensarono al peccato, ma ad un peccato sacro, un qualcosa per cui anche Dio verrebbe a compromessi. Dio, il gelsomino, l’inverno. Il vento continuò a spazzare la strada, la Senna, cappelli, stoffe, pennelli, sussurri. Arrivò fino a lei, fino alla donna dal corpo santo, affacciata alla finestra a guardare triste il fazzoletto ricamato con le iniziali di lui spazzato via, impigliarsi in un albero, sparire di nuovo. Artigliare l’aria e vedersela sparire.
Rientra, disse l’uomo nella stanza. Resta alla finestra, disse il poeta. E lei indugiava tra i desideri di entrambi. Quell’icona di pelle e capelli dalle unghie perlate, odorante di sesso e incenso e parole ad elencare voglie e desideri, a considerare la bellezza del filo, dell’offesa, del timore. Insegnami ad addolorarmi,gli disse quella notte, nell’appartamento di lui. Io non provo mai pietà, tu ne provi? E cos’è? Com’è? Come quando muore un cane e vorresti che qualcuno lo levasse dalla strada? Lui dice che gli faccio pietà quando piango. Ma non capisco: sono io che piango, non lui. Sono io a stare male. Hai detto che la pietà fa star male. Dovrei essere io ad avere pietà di lui.
I gelsomini, nella stanza. L’acqua dell’inverno nel vaso. Non è acqua piovana, è acqua minerale, con le bolle che svaniscono in superficie, appoggiate agli steli verdi, i petali bianchi galleggianti sull’acqua incolore, ma nera, nera d’ombra. Lui è diverso dal poeta. Ha la pelle scura, le braccia forti. Lui è diverso da lei. Lui è la macchina, è la potenza, la velocità. Non c’è grazia nemmeno nei suoi baci, nemmeno quando passeggia per i boulevard, con il suo cappotto nero lungo. Non c’è grazia tra di loro, nemmeno quando sono imprigionati nelle lenzuola bianche e fingono di raccontarsi cose. Le Cose di ogni giorno di grazia , le Cose comatose che fingono di dormire in fondo alle iridi cangianti, alle pupille monotone. Stanno sempre lì e vegliano.
Il gelsomino, l’inverno.
A Parigi, nel 1943, nessuno fa più caso ai vetri delle lampade da ormai tanto tempo. Provando a chiedere si sentirebbe rispondere quali lampade, quali vetri? Qui non ci sono vetri e gelsomini, qui c’è solo morte. Ma la donna dal corpo santo è ancora lì, alla finestra, a rincorrere con gli occhi il fazzoletto con le sue iniziali, chiusa fuori dal suo appartamento, con solo la sottoveste leggera di seta bianca ad ondeggiare al vento dei bruschi movimenti, sta ancora lì ed aspetta, stabile nel suo limbo, stretta nel suo stupore.
Stretta al suo stupore.
 
 

Words by IvyOfArtemisia {sabato, 17 maggio 2008}
Fur - An imaginary portrait of Diane Arbus

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Words by IvyOfArtemisia {sabato, 17 maggio 2008}
19 anni e 9 ore

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Oh, beh. Tanti auguri a me, tanti auguri a me. Primo compleanno passato senza festeggiare: è stata una mia scelta, ma mi sono un po' pentita. Però non avrei potuto fare altrimenti. Ho portato Agnese, Marta e Fra a prendere un gelato...e devo dire che in ogni caso ci siamo divertite comunque. Ora ho paura che mi metterò a letto: ho passato un primo pomeriggio assolutamente assurdo. Tutta colpa di questo mal di testa cronico!

Ieri sera è stata una festa bellissima: non ho parole. Chiara era splendida ed eravamo tutti così felici di essere lì, di esserci e di provare quella felicità. Oh, magnifico, davvero.

 

Concludo questo post ringraziando particolarmente tutte le mie amiche "cibernaute!" che hanno reso questa giornata degna di essere vissuta: Jud, Livia (L) e tutta l'allegra brigata delle Semper Fidelis, la Vale, Ele con la sua magnifica flavour, e soprattutto la mia papera, Elena che continua ancora a dire "non hai ben chiaro chi debba ringraziare chi".

Sono io che ringrazio: vi abbraccio.

 

Chià

Words by IvyOfArtemisia {sabato, 10 maggio 2008}

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Mi piacerebbe così tanto scrivere in maniera coerente e logica della serata di questa sera. Una serata cominciata male e finita bene. Anzi, sarebbe meglio scrivere che è cominciata nel momento in cui stava finendo. Con l'incontro con la Fra, le chiacchierate con sua madre - che l'ha sgamata, povera lei - con il volo della Colombina, il ballo dei due camiuzzi i' focu , la cascata di luce che si è riversata dalla Barca sospesa a mezz'aria e ancora le girandole e i fuochi finali, tutto accompagnato dai tamburi, continui e incessanti, e la gente sempre con gli occhi pieni di luce liquida, fermi e persi a guardare la notte.

 

Ma il mal di testa mi fa sragionare. E' diventato così forte che quasi ho la nausea.

Words by IvyOfArtemisia {domenica, 04 maggio 2008}

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Ecco i blend che ho realizzato su Claire Angelica King (© Kysa).

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Words by IvyOfArtemisia {sabato, 03 maggio 2008}

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© Photo The lovely air so thin" by SwellShade
© Citazione tratta dal libro "Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero" di Vasco Brondi