Che m'intristisci

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Questa mattina ho dato il modulo 7 dell'ECDL, passato con il 97%. Il prezzo da pagare per il premio di mercoledì mattina, di questa sorpresa che nessuno si aspetta ma che è così prossima. Non so perché, ma ho la spietata sensazione che i giorni che passerò a casa trascorreranno più velocemente dell'altra volta. Torno a casa sfatta. Non ho nemmeno idea, di come sono al momento. Mi sento come se dopo gli esami mi fossi lasciata andare, come se l'inizio delle lezioni fosse arrivato cogliendomi impreparata. La mia stanza è così vuota senza il divanetto multicolor: quell'oggetto funzionale di arredamento che è, che è ormai un simbolo di affetto, delle persone che vi hanno dormito, come delle mie serate trascorse accucciata, con la schina al muro, a leggere senza luce.

Sono stata a lezione fino alle cinque e mezza, nel palazzo rosso di via S. Maria. Stretti stretti, come sempre, a pendere dalla sue labbra. Occhi che non mi considerano, nei miei vestiti grigi, sempre in bilico come il funambolo di Nietzsche tra il tutto del cielo e il nulla della terra. Troppo troppo normale per lui. Mentre oggi alle undici pa' ha icontrato zio Bruno, in panetteria. Solita giacca, solita abbronzatura, solita sigaretta, e gli ha raccontato di me. Avrei voluto vederli, i due uomini della mia vita, a parlare di me e a sperare di rivedermi presto.

Dolcemente malinconica, con lo stomaco in subbuglio per la troppa cioccolata, allegra per la telefonata di Larissa (Larissa? Yaaaaaaaa.), soddisfatta per l'ECDL, triste per il suo distacco, Chiara ascolta Oh Morte del tenerissimo di Moltheni, e va' a farsi una meritata doccia.

Words by IvyOfArtemisia {lunedì, 09 marzo 2009}
Finita.

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Ora ho capito perchè gli esami di maturità non si dimenticano. L'ho capito, si. Quelle cinque ore di attesa, passate a ripetere materie a caso, a formare soprattutto frasi dal sapore negativo, composte al più da non so niente, non mi ricordo niente, quando la Gebbia usciva per fumare e mi tranquillizzava, quando  Brunelli è venuto a prendermi - camicia, jeans, occhi blu, sorriso e tutto il resto - e mi ha accompagnato alla sedia. Gli sguardi della Davola, di Scuticchio, della Fuduli, di lui. La Gebbia che si alza per venire ad ascoltarmi, io che comincio a parlare a macchinetta. La Saccà, i 4 autori che mi chiede, la lunga interrogazione della Gebbia, il prologo dell'Antigone in metrica perfetta, i suoi occhi orgogliosi, la voce che si strozza, il sorso d'acqua, le mani impossibili da sciogliere, le domande di matematica e fisica, quelle di geografia, la Fuduli soddisfatta, e poi lui. Lui e la rivoluzione russa, lui e lo sguardo assassino che gli ho lanciato, lui e Hegel, lui e le sue battutine. Lui e "Chiara, come ti chiami?". Perchè si, quando dovevo scrivere il mio cognome, nella prova di storia ho scritto Cognome. Le domande della Saccà, a proposito dello straniero, di come accettarlo, la spiegazione del disegno del percorso, la Gebbia che ancora domandava su Luciano, ma soprattutto, soprattutto ancora la Saccà: farai la giornalista da grande, Chiara? Signori, vi presento una nuova giornalista.

Poi ricordo solo Brunelli che mi ordina di andare a mare, io che mi alzo, abbraccio Chiara e piango.

 

Bene signori: prima di tutto, grazie. Grazie a Val, Cecilia, Livia, la Ross, Charlie, tutte quelle persone che mi hanno sostenuto in queste settimane, con una pazienza e una sopportazione davvero fuori dal comune. Grazie ai miei compagni di classe, a Frà, Viky e Agnese, a Marta e a Claudia che mi sono rimaste accanto fino all'ultimo, e a Chiara che è rimasta fino alle 14:30 solo per me. Ma grazie, soprattutto, alla mia famiglia. A papà, che mi accarezzava la schiena mentre piangevo, a Daniele, che non mi ha fatto troppo innervosire e al suo tifo da stadio, sure (Chiaraolèolè) e Mamma. Mamma. Che dolce parola. Quella sacra donna che non è uscita per settimane pe farmi compagnia, che è rimasta a casa per sentirmi tutti i programmi giorno e notte, Mamma che mi ricordava la pillola del mattino e quella del pranzo, Mamma che mi tranquillizzava la notte quando piangevo prima di andare a dormire, Mamma che mi manda a quel paese intimandomi di smetterla di fare la sciocca, Mamma che non è scesa ad assistere all'esame, ma che mi ha abbracciato forte quando sono uscita.

 

Grazie.

Ora, è finita.

Words by IvyOfArtemisia {mercoledì, 02 luglio 2008}
Tomorrow

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Domani orale. Non ricordo nulla, non so nulla, ho un terrore folle di andare malissimo. Ho paura.

Words by IvyOfArtemisia {lunedì, 30 giugno 2008}
Qui ti ritrovo

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Dunque, è finita. Sabato è stato il mio ultimo giorno di liceo, l'ultimo giorno tra i miei banchi di scuola. Un Sabato passato a ripetere Classico Greco per l'interrogazione - frenetici minuti di oddiononsoniente! per poi correre a farsi interrogare in fisica. Ed è finita. Il giorno che ho rincorso fin dal momento in cui son entrata in quarto ginnasio: anni di giornate di studio pesante e non, di pianti per greco e matematica, di crisi isteriche per storia e filosofia, anni in quel corridoio nei dieci minuti d'intervallo, di fotocopie fatte di nascosto con la complicità di Maria, di merendine rimaste impigliate nell'aggeggio infernale, di uscite anticipate, di scritte sui muri, di fotografie, di minuti sacri imbevuti di luce , di interrogazioni fenomenali e altre da dimenticare, di 3 e 9 e mezzo, di versioni intraducibili, di domande ottenute sbirciando nei registri, di kià/fra non so niente fammi una domanda! e di secondo te che mi chiede?, di serate in pizzeria, di serate nella pizzeria della crociera, di ripassi dell'ultimo minuto con sempre la solita canzone nelle orecchie e sulla bocca, di telefonate interminabili, di disegni sui banchi, di conversazioni scritte e poi scoperte, di penne perse, di matite frantumate, di cartelle che si rompono nell'ultimo giorno, di dispense che perderemo sempre, di svevo, ungaretti e montale e di pascoli, pascoli, pascoli...?, di settimane in cui la situazione non è critica, ma tragica!, di supini di contendo, mimati davanti alla Cosentini, di gite passate a guardare dal finestrino, di ansia che sale davanti a Brunelli, di quaderni e quaderni di appunti da Talete a Freud, dei miei libri sempre sul banco a destra, del ritardo del mese, delle assenze non giustificate, di occupazione e auto(di)gestione, di progetti sempretroppiprogetti! , di sere di prove al porto e nel centro storico, di urla isteriche di Dina, di letture nelle conferenze più strampalate, di premi vinti all'improvviso, di èsonaaaaaataentrati'ntaclassiiiimovitiviii, di Omero, dove sei? donagli l''illuminazione sulla via per Damasco! e di giorni di pioggia, ovviamente quando proprio il giorno prima hai tolto l'ombrello dalla borsa, di assemblee di classe e d'istituto passate ad organizzare le interrogazioni e di compleanno su compleanni, dieci euro su dieci euro, di lettere, di sogni, di che ne sarà di noi?, di non ci perderemo, quando già sappiamo che lo faremo, di minuti che abbiamo già dimenticato, di tutto quello che questi cinque anni sono stati.

 

'cause it never began for us

it'll never end for us.

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 « Qui stanno e giacciono le promesse mancate, i tuffi al cuore, le telefonate di ore, gli sguardi persi, i sorrisi idioti, le parole scritte sui muri, le mani fredde, il sudore, le ginocchia molli e lo scoppiare del cuore. Amore perduto, Amore sprecato, Amore gettato via. Qui ti ritrovo.»

 

 

 

Words by IvyOfArtemisia {lunedì, 09 giugno 2008}
Di lucciole e prati senza lampioni

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No. Nononono. Non può andare avanti così, non ce la faccio, non ne ho le forze. E sono ancora all'inizio. Ieri sono stata alzata fino alle due per finire Divina Commedia, e chiudere finalmente con una materia. Anzi, per essere sincera ho chiuso con tre materie. Ma è un'inezia, considerato il fatto che ho ancora 7 interrogazioni da togliere. Oddio. No, non ce la faccio, non ce la posso fare. Papà tornerà tra poco, con libri che non potrò leggere. Devo preparare una bozza di presentazione per il percorso: ho paura che eliminerò Joyce e Svevo. Oddio, che tristezza, che tristezza.

Unica cosa bella. So per cosa sto studiando: non per uno stupido numero, ma per la possibilità di andare a Valgiubola o Valgiobola o Valgiubbola o Valcomesichiama e passare un po' di tempo con la mia Val. Questa notte ho sognato le lucciole: dio, come sono suggestionabile. I vicoli, il prato senza lampioni, le notti in bianco. Voglio tutto questo, lo desidero prepotentemente. Profondamente.

Words by IvyOfArtemisia {lunedì, 26 maggio 2008}

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© Photo The lovely air so thin" by SwellShade
© Citazione tratta dal libro "Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero" di Vasco Brondi