« la cattiva reputazione, le voglie sconfinate, la necessità di infinito. »

Per poco non soffocai

giovedì, 02 aprile 2009 @ 23:33

Ed Eliot di notte torna particolarmente attuale, mischiando memoria e desiderio, così, perché Aprile è il mese più crudele e noi non siamo che piccole vite, nutrite con tuberi morti. Oggi camminavo nel sole, e sorridevo come un'idiota mentre lo facevo, anche quando sbagliando strada mi sono trovata in un vicolo cieco, anche quando le scolaresche mi passavano attraverso e mi spingevano e io leggevo I Love Italia sulle loro magliette bianche. dio, Primavera è arrivata finalmente, cammino sempre sul sunnyside of the street.
Non ho tregua dai mal di testa, e lo stomaco cede sotto i crampi: ho di nuovo i ritmi totalmente sballati, di nuovo. Devo tornare a casa, devo drogarmi? Le gocce mi abbassano la pressione, il battito resta ugualmente fortissimo. Qualche giorno fa a lezione ho creduto di spezzarmi, ho pensato di chiedere aiuto a Vittorio ma non mi sono uscite le parole. Il mio corpo sfugge continuamente ai controlli medici, ai controlli miei.
Ania ha  detto che farà una torta per me, una torta allo yougurt al cocco con il fondo di biscotto: ne ho sentito il profumo mentre me ne parlava. Mi ricordo ancora la prima volta che ho assaggiato il cocco. Era una serata bellissima, per poco non soffocai.

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Grandine.

domenica, 18 gennaio 2009 @ 22:16

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Venerdì sera ho sognato nonna Nuzza, la mamma di mamma, quella naturale. Era in cucina, dove ora c'è la sala delle fotografie in cui io ora dormo in estate. Era seduta sul divano - non dalla parte in cui poi la trovarono otto anni fa, ma dalla parte più lontana dalla porta e stava sistemandosi una coperta sulle ginocchia. Io ero sull'uscio e avevo paura che lei mi guardasse. Non l'ho vista in volto.

Avevo dimenticato che sabato era il suo anniversario. 17 Gennaio 2000. Nove meno un quarto di mattina, bicchier d'acqua e grandine nonna, grandine forte. 

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La gente sparisce

venerdì, 09 gennaio 2009 @ 22:57

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L'altra sera stavo studiando quando Ania è tornata dalla sua passeggiata-premio-post-esame e mi ha portato il libro che le avevo chiesto di prendermi, Memorie d'una ragazza perbene della Beauvoir. L'ho sfogliato prima di andare a cena. Ho fatto correre le pagine finché non se ne è aperta una a caso: la prima frase che ho letto diceva qualcosa del tipo cinque sei anni e avrò la laurea cinque anni e sarò padrona della mia vita.

Simone, come facevi a sapere, come, dico come facevi a sapere che ho passato due giorni piangendo, i due giorni del ritorno a dannarmi perchè volevo tornare a casa?

Ma sto meglio, ora. Sto studiando, non sembra vada male male male male. Sto studiando, esco solo se necessario. Sto meglio. Pianifico Parigi: appartamento di 30 mq a due passi dal cimitero di Montmartre. Parigi, avrò Parigi dal 21 al 28 Aprile. Che questi esami vadano bene, che vadano bene...

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Veduta panoramica: scorci di agorafobia

sabato, 31 maggio 2008 @ 20:17

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  Credo sia un po' tornato, il terrore della piazza di quando esci in strada, con tua madre - riscoprendovi impossibilitate a camminare l'una accanto all'altra - e pensi Dio, sono tutti qui attorno a me e mi stanno guardando, mi stanno guardando e per una volta, una volta sola vorrei essere io a guardare loro dall'alto.

 

 

 

 

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Al suo stupore

sabato, 17 maggio 2008 @ 22:46

“Questa storia non è mai esistita.”
[Quindicesima Epigrafe, Clarisse DeCoubert]
 
 
Inverno. Il vento a rendere tagliente ogni cosa. A Parigi, nel 1930 il vetro delle lampade di ogni strada veniva lucidato con olio di gelsomino. Il profumo, dicevano i Parigini, noi respiriamo profumo. Pallidi come il profumo del gelsomino d’inverno, e camminavano per le strade dei vetri lucenti. Guardinga, la penna del poeta finì di scrivere di quel vestito frusciante, di quella seta così luminosa, di quella pelle santa: i suoi occhi scorsero le pagine e pensarono al peccato, ma ad un peccato sacro, un qualcosa per cui anche Dio verrebbe a compromessi. Dio, il gelsomino, l’inverno. Il vento continuò a spazzare la strada, la Senna, cappelli, stoffe, pennelli, sussurri. Arrivò fino a lei, fino alla donna dal corpo santo, affacciata alla finestra a guardare triste il fazzoletto ricamato con le iniziali di lui spazzato via, impigliarsi in un albero, sparire di nuovo. Artigliare l’aria e vedersela sparire.
Rientra, disse l’uomo nella stanza. Resta alla finestra, disse il poeta. E lei indugiava tra i desideri di entrambi. Quell’icona di pelle e capelli dalle unghie perlate, odorante di sesso e incenso e parole ad elencare voglie e desideri, a considerare la bellezza del filo, dell’offesa, del timore. Insegnami ad addolorarmi,gli disse quella notte, nell’appartamento di lui. Io non provo mai pietà, tu ne provi? E cos’è? Com’è? Come quando muore un cane e vorresti che qualcuno lo levasse dalla strada? Lui dice che gli faccio pietà quando piango. Ma non capisco: sono io che piango, non lui. Sono io a stare male. Hai detto che la pietà fa star male. Dovrei essere io ad avere pietà di lui.
I gelsomini, nella stanza. L’acqua dell’inverno nel vaso. Non è acqua piovana, è acqua minerale, con le bolle che svaniscono in superficie, appoggiate agli steli verdi, i petali bianchi galleggianti sull’acqua incolore, ma nera, nera d’ombra. Lui è diverso dal poeta. Ha la pelle scura, le braccia forti. Lui è diverso da lei. Lui è la macchina, è la potenza, la velocità. Non c’è grazia nemmeno nei suoi baci, nemmeno quando passeggia per i boulevard, con il suo cappotto nero lungo. Non c’è grazia tra di loro, nemmeno quando sono imprigionati nelle lenzuola bianche e fingono di raccontarsi cose. Le Cose di ogni giorno di grazia , le Cose comatose che fingono di dormire in fondo alle iridi cangianti, alle pupille monotone. Stanno sempre lì e vegliano.
Il gelsomino, l’inverno.
A Parigi, nel 1943, nessuno fa più caso ai vetri delle lampade da ormai tanto tempo. Provando a chiedere si sentirebbe rispondere quali lampade, quali vetri? Qui non ci sono vetri e gelsomini, qui c’è solo morte. Ma la donna dal corpo santo è ancora lì, alla finestra, a rincorrere con gli occhi il fazzoletto con le sue iniziali, chiusa fuori dal suo appartamento, con solo la sottoveste leggera di seta bianca ad ondeggiare al vento dei bruschi movimenti, sta ancora lì ed aspetta, stabile nel suo limbo, stretta nel suo stupore.
Stretta al suo stupore.
 
 

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domenica, 04 maggio 2008 @ 00:41

Mi piacerebbe così tanto scrivere in maniera coerente e logica della serata di questa sera. Una serata cominciata male e finita bene. Anzi, sarebbe meglio scrivere che è cominciata nel momento in cui stava finendo. Con l'incontro con la Fra, le chiacchierate con sua madre - che l'ha sgamata, povera lei - con il volo della Colombina, il ballo dei due camiuzzi i' focu , la cascata di luce che si è riversata dalla Barca sospesa a mezz'aria e ancora le girandole e i fuochi finali, tutto accompagnato dai tamburi, continui e incessanti, e la gente sempre con gli occhi pieni di luce liquida, fermi e persi a guardare la notte.

 

Ma il mal di testa mi fa sragionare. E' diventato così forte che quasi ho la nausea.

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Chiara. Chiarissima, sempre e forse anche troppo. Fazzolettini di seta, testimonianze di notti estive. Per tutte le altre destinazioni. Venti compleanni, nata in Maggio.
Lasciò in primavera.

Oh yes

Oh yes, writing and reading and playing and living with life's secrets.

Oh no

Oh no, non cadere, non dormire, non morire, non fiatare, non sparire, non ti muovere.

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